“Si noti e si mediti. A me stesso, sono anonimo; la parte più profonda dei miei pensieri non capisce le mie parole; conosciamo noi stessi solo con grande confusione”.

Tutameia definisce un tipo di pizzo lavorato rigorosamente a mano, delicato e leggero, di fattura complessa, malleabile. La lavorazione richiede molta abilità, esperienza e pazienza. Tutameia è un'antica moneta di poco valore; Tutameia è una cosa da nulla, una cosa da poco, una bagatella. Così, per introdurre: “il nulla è un coltello senza lama, cui sia tolta l'impugnatura”. Come suggeriscono i traduttori in nota, è il rapporto di Guimaraes Rosa con il linguaggio a rendere la pagina un campo di battaglia, un'insistente ricerca di orientamento, un procedere per errore definendo il colore lessicale: lo scrittore spezza l'abito delle parole, scombina l'ambiente della lingua e scollega il significato abituale dei termini. La parola è una chimera nella mano, una malattia dei sensi, si costruisce rimuovendo; una prosa poetica allusiva e evasiva, sospesa e alogica. Insomma, un universo linguistico di nuova coniazione. E poiché la testimonianza dei racconti sta nell'unione tra felicità e infelicità, tra miracolo e veleno, tra libertà e memoria, è semplice per il lettore ritrovarsi con gli occhi al posto delle cose: mercenari, mandriani, serpenti, alberi, zingari, giaguari, tapiri, spose, eroi e demoni viaggiano, desiderano, amano e uccidono nei sentieri tracciati da questo trovatore sertanejo, misterioso cantore dell'epos rurale e ancestrale. Le asperità sono da imputare alle cose, non all'intelletto poetico, frequentatore di serendipità. Infine, poiché vivere non è che tenere il posto di un altro, Guimaraes Rosa si sottrae al peso della vita, inventando con anima terribile cavalli e fiumi, nostalgia e "veredas", con un quaderno e una matita a due punte appese al collo: maestro inestimabile, spossato dal proprio personale mistero, si inebria nella narrazione e nella rivelazione, dove le parole nascoste si liberano dalla prigione del tempo.

“La sua prigione è una cassa, con angoli e facce, senza tortuosità, non immobile. Dorme, giudicabile, persuaso, lo pseudoprigioniero: il volto inespressivo mal traduce il nessun-intento delle ombre. Gli viene detto, però, dal profondo, ciò che nessuno sa, sussurro, qualcosa; il destino, la morte, l'amore – ci sono inerenti”.